Attualità

Italia-Svezia, la realtà ha presentato il conto

Avrei preferito un’altra occasione per (ri-) cominciare a scrivere su questo blog. Avrei potuto raccontare di un sogno o di un’emozione positiva. E, invece, l’emozione non è un’emozione positiva. E il sogno è un sogno infranto. Il sogno azzurro, quello delle notti magiche, quelle notti come quella di Berlino; il sogno che durante l’estate, ogni quattro anni, ci ricorda che siamo tutti italiani; che rincorriamo insieme lo stesso obiettivo.

Il viaggio onirico si è interrotto anzitempo, come non accadeva da 60 anni. I tre fischi dell’arbitro che precedevano ed annunciavano la pioggia di fischi che sarebbe arrivata di lì a poco sembrano ancora ricordi appannati di un brutto sogno. E invece è la dura realtà. L’Italia, la maglia azzurra e il tricolore – così orgogliosamente celebrato dal fantastico pubblico di San Siro, ieri sera – non andranno in Russia.

La caccia al colpevole è già iniziata. Primi in lista, Gianpiero Ventura e Carlo Tavecchio: si attendono le dimissioni di entrambi, dopo l’evidente fallimento. L’era Ventura, racchiusa tra le lacrime dopo la sconfitta ai rigori contro la Germania nei quarti dell’Europeo del 2016 e le amarissime lacrime di ieri sera dopo la “non vittoria” contro la Svezia, non ha aggiunto nulla se non un profondo senso di confusione: formazioni, moduli e idee di gioco mai comprese, nemmeno nelle intenzioni.

Una confusione che ieri sera ha raggiunto il suo apice, nell’ultimo atto: De Rossi rifiuta di andarsi a riscaldare ed indica la sostituzione secondo lui più opportuna: un altro attaccante, Lorenzo Insigne: l’ala italiana più in forma del momento, sacrificato – nella migliore delle ipotesi – in un modulo che, per usare un eufemismo, poco gli è consono. Un sacrificio in nome della BBC e del ricordo della leggendaria difesa della Juve, nonostante gli anni sembrano passare anche per loro. E poi El Shaarawy subentrato per cercare di addurre estro ad una squadra fin troppo piatta e prevedibile: viene messo a sinistra, al posto di Darmian; lui è destro, ma gli si chiede di non accentrarsi e di cercare il fondo. In mezzo, ad attendere l’improbabile cross, Immobile e l’altro subentrato Belotti.

Tutto cervellotico. Tutto complicato, per un gioco, quello del calcio, che fa della semplicità la dote che lo rende affascinante per tutti noi. Ne saranno stati affascinati anche gli svedesi, guardando alla tv le imprese passate della nostra Nazionale: ordine, disciplina, fantasia e cuore. Ieri sera, l’Italia l’hanno fatta loro.

A noi non restano le lacrime amare, amarissime, come quelle di Buffon. Non mi è simpatico. Non mi è mai stato simpatico. Ma ieri sera ho pianto insieme a lui. Io a casa davanti alla tv, pronto a lavare i piatti con il magone; lui a San Siro, a salutare la maglia azzurra, prima di quello che sarebbe stato per lui il sesto mondiale.

Si parla e si parlerà del vecchiume che contraddistingue le posizioni di potere nel calcio e fuori dal calcio. Si parla e si parlerà di cambiamento. Questa è e deve essere l’occasione per ripartire. Ma ripartire davvero. Dopo le sconfitte, siamo bravi a buttarci giù ma siamo altrettanto bravi a ritirarci su: dimentichiamo in fretta, ma non sempre è una qualità positiva. Nel 2006 siamo diventati campioni del mondo per la quarta volta ed abbiamo dimenticato troppo presto da dove eravamo partiti quell’anno: sotto il tappeto della vittoria, abbiamo nascosto tutta la polvere. Ed ora è rispuntata fuori.

Il nostro calcio è fermo, da anni. Ma non mi si venga a dire che è tutta colpa degli stranieri. Non abbiamo bisogno di alibi, non più. I nostri calciatori sono scarsi. Se gli stranieri, in Italia, giocano titolari, è perché sono più bravi dei calciatori italiani. Occorre fare i conti con la realtà. Prima che la realtà ce li sbatta in faccia, come ieri sera, come la porta per il mondiale, quella verso il sogno.

 

 

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6 risposte »

  1. Da anni quasi tutte le squadre della serie A hanno la maggioranza dei giocatori stranieri. Da un po’ di tempo è così perfino nelle squadre Primavera, quindi non possiamo neanche dire “ripartiamo dai vivai”, perché vanno ricostruiti anche quelli. Di conseguenza, direi piuttosto “ripartiamo dalle leggi”, mettendo per iscritto l’obbligo di schierare almeno 6/11 di giocatori italiani in ogni partita. Non per razzismo ovviamente, ma perché mi sembra l’unico modo per tutelare gli interessi della nostra Nazionale. Sei d’accordo?

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