Attualità

Violenze e molestie sessuali, oltre il processo mediatico

Il caso Brizzi ha dato viva voce, anche qui da noi, all’eco di accuse per violenze e molestie sessuali che da oltreoceano ha travolto e continua a travolgere uomini di potere e personaggi del mondo dello spettacolo. In assenza di altro processo, è il processo mediatico a fare la voce grossa. A spingerlo sono le testimonianze delle vittime degli abusi, vittime che – in un normale processo – verrebbero accompagnate, con galanteria, dal termine ”presunte”. È ovvio che i loro racconti facciano gelare il sangue nelle vene a chiunque. Ma dubitare è necessario, come diceva qualcuno.

Non è maschilismo. Non è un atto di solidarietà nei confronti degli accusati. È “semplice” garantismo: in un normale processo, infatti, le tesi di accusa vengono confrontate con quelle della difesa; spetta poi all’autorità competente dare il giudizio e stabilire colpevoli ed innocenti. Nel processo mediatico, no. È tutto un calderone. Al suo interno viene messo di tutto: dichiarazioni, accuse, violenze, molestie, abusi, inchieste giornalistiche, sensazionalismo e quant’altro.

In questo immenso calderone, al di là della colpevolezza o meno dei soggetti accusati, occorre chiarire almeno quanto è possibile chiarire. A molti sfugge infatti la differenza tra violenza sessuale e molestia sessuale.

Occorre citare, a tal proposito, l’art. 609 bis del Codice penale che stabilisce la definizione di violenza sessuale: “Quando con violenza o minaccia o con abuso di autorità si costringe un soggetto a compiere o subire atti sessuali”.

Il termine “costringere” implica l’atto di condizionare psicologicamente qualcuno, ricorrendo ad una superiorità sociale, economica o fisica. Per ”atto sessuale” si intende qualsiasi atto che coinvolga le zone erogene ella vittima. La vittima è chiunque subisca la posizione di supremazia di qualcuno senza poter gestire la propria sfera sessuale. Abuso di autorità: si applica la stessa pena a chi costringe qualcuno a compiere o subire atti sessuali, abusando della sua inferiorità fisica o psichica.

La vittima ha 6 mesi di tempo per denunciare. Durata e tipologia della violenza sono irrilevanti perché si configuri il reato: per la legge può infatti esserci violenza anche senza contatto fisico.

La pena va dai 5 ai 10 anni di reclusione. C’è la riduzione dei 2/3 di pena per atti sessuali ritenuti meno gravi, come ad esempio il voyeurismo.

Le molestie sessuali (es. palpeggiamenti) rientrano nel reato di violenza sessuale. L’art. 660 del Codice penale recita: “Chiunque in luogo pubblico o aperto al pubblico, o col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo, è punito con l’arresto fino a 6 mesi o con l’ammenda fino a euro 516.

Petulanza” sottintende che l’atto sia ripetuto. Per ”disturbo” si intende l’alterazione delle abitudini di vita quotidiane della vittima. C’è molestia se: gli approcci di un/-a collega si ripercuotono sul rendimento lavorativo; le continue telefonate costringono la vittima a cambiare numero.

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