Colpa del velcro

Colpa del velcro | 1. Quel freno eccezionale

“Ma ch’ stamm’ a Forte dei Marmi?”. Di nuovo: “Ma ch’ stamm’ a Forte dei Marmi?”. E ancora: “Ma ch’ stamm’ a Forte dei Marmi?”. Furono le prime parole che riuscii a sentire al mio risveglio. No, non ero a Forte dei Marmi. Non eravamo a Forte dei Marmi: né io né Giuliano. Eravamo entrambi seduti nella stessa carrozza di un treno ad alta velocità che da Roma ci avrebbe riportati a Salerno. Lui aveva accompagnato il suo amico al provino per una nota trasmissione televisiva – lo svelerà più tardi a tutti gli astanti, parlando al telefono con sua madre. Credo si trattasse di Uomini e donne. Ma non ne sono sicuro.

Con quella domanda, ripetuta più volte, aveva interrotto il mio sonno ed il mio sogno. Raccontava, a più riprese, la sua esperienza nella capitale. Un’esperienza segnata dal prezzo esagerato di un gelato. Lui e l’amico avevano la buona intenzione di dividere in parti uguali le spese della giornata. Il pranzo l’aveva pagato lui, Giuliano; il gelato sarebbe toccato all’amico. Il prezzo del gelato era risultato esagerato, quasi pari a quello di tutto il pranzo. E questo aveva destato lo stupore di Giuliano, che non faceva nulla per nasconderlo. Alla quinta ripetizione del simpatico monologo, anche il suo compagno di viaggio faticava a fingere una stentata risata. Ma Giuliano non era Paganini: lui ripeteva, altroché se ripeteva.

Ed io mi svegliavo. Era stata una giornata lunga. Stranamente ero riuscito ad addormentarmi, nonostante le continue divergenze tra me e chi disegna le poltroncine dei treni: “Merita di sedere scomodo per tutta la vita”, ripetevo tra me e me, quasi a voler pareggiare il record continuamente aggiornato da Giuliano. La mattina di quel giorno, come sempre, avevo faticato a trovare parcheggio: parcheggi gratis, manco a parlarne; strisce blu economiche, niente; mi ero rifugiato nel parcheggio di Foce Irno. Il parcheggio dell’élite: 1 euro all’ora e l’immancabile siparietto con il venditore ambulante di calzini.

Quella mattina, era riuscito a convincermi. Complice la fretta – avevo poco più di tre minuti per raggiungere il binario – mi convinsi ad acquistare quattro paia di calzini, al prezzo di tre. Non potevo a farne a meno. Avevo appena preso lo zaino dal sedile posteriore. E lui, il venditore, aveva approfittato della fessura della portiera in chiusura per lanciare i calzini nella mia auto: anni ed anni di allenamento, probabilmente. Ma mi aveva convinto già prima, invitandomi, più volte, a guardare i suoi piedi.

Mi venne persino il dubbio che si trattasse di un feticista. “Vir’ ch’ teng’ ai pieri!”, mi disse al primo approccio. Voleva sottolineare la precarietà delle sue condizioni economiche, è evidente. “Teng’ tre figli a’ casa, ra sfama’”, accompagnava le parole il gesto delle mani che indicavano i suoi piedi. Quando già stavo per pagare, quel gesto si trasformò: la tecnica di affabulazione proseguì per altra via. Gli chiesi: “Ma questi calzini sono sintetici, puzzano?”. E lui: “Vir’ ch’ teng’ ai pieri!”. Mi fece notare che li stava indossando anche lui: venditore e testimonial allo stesso tempo. Ci scambiammo un sorriso, poi scappai. Lui gridò: “Ti guardiamo la macchina”. Pregai: “Speriamo bene”.

L’ansia per la macchina l’avevo acquistata insieme alla macchina: un optional del quale non potevo fare a meno. Dell’ansia non ho mai potuto fare a meno, nemmeno nel sogno che stavo facendo prima che il monologo di Giuliano lo interrompesse. Più che un sogno, era stato un flashback: ero tornato ai tempi della scuola elementare. Già allora, mescolavo l’ansia con la timidezza. Era ed è tutt’ora un freno eccezionale. Un freno che ogni tanto cede, come capitò quella volta. Ma mi sono dilungato un po’ troppo. Quell’episodio ve lo racconto la prossima volta.

 

Continua…

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N.B.Sebbene ispirati ad una storia vera, i fatti, le persone, i nomi e le cose narrate in questo post sono da considerarsi espressione della fantasia dell’autore.

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