Colpa del velcro

Colpa del velcro | 2. Il profumo dell’insuccesso

Fossi uno bravo, vi direi che la scelta della foto del primo episodio non è casuale: si intravede il Panthéon, uno dei lasciti di Marco Vipsanio Agrippa, politico, militare e ad architetto, a Roma e ai romani. Ma lo è. Lo è come lo sono molte delle cose che qui sto raccontando. Quel sogno/flashback mi aveva riportato, probabilmente, al 20 gennaio 2001. Se sono riuscito a risalire alla data precisa, c’è un motivo.

All’epoca, avevo appena 9 anni: impossibile avere ricordi nitidi di quel periodo. Ricordo che avevo da poco iniziato a scendere le scale della scuola con entrambi i piedi: mi attardavo a scendere uno scalino alla volta, sempre e solo con il piede destro, aggrappandomi al muro con una mano. Non ricordo esattamente se fosse un problema che avevo da sempre o se fosse un problema nato e risolto nel giro di pochi giorni. Ricordo che scendere quelle scale mi intimoriva, come le discese in generale. Fu la maestra Rosamaria a scorgere la mia difficoltà nello scendere le scale: perdemmo un quarto d’ora, un giorno, per risolvere quella mia difficoltà. Nel sogno/flashback del treno compare anche lei, la maestra, involontaria protagonista del siparietto che sto per mettere in scena.

Quella mattina del 20 gennaio avevo fatto in tempo a vedere, prima di raggiungere a piedi la scuola, l’apertura dell’edizione mattutina del Tg 1. Non c’è da sorprendersi: ho vissuto per anni con il timore che andare oltre il primo canale sarebbe equivalso ad avvicinarsi all’orlo del baratro segnato da Rai 3. A casa mia esisteva solo la Rai. Nella mezz’ora che accompagnava la mia colazione – prima che scoprissi di avere difficoltà a digerire il latte, rischiando di lasciarci le penne proprio all’ingresso della scuola – sbirciavo tra Rai 1 e Rai 2: sul primo, Uno mattina; sul secondo, prima di Pingu, c’era un cartone animato con gli animali, del quale non ricordo il titolo. In quegli anni, mi nutrivo di documentari e pane e Nutella. Ma questa è un’altra storia.

La storia di quella mattina è legata a quei pochi minuti di Rai 1 che riuscii a seguire. Quel 20 gennaio 2001 segnò, probabilmente, il mio primo incontro con la cronaca politica: fu l’ultimo giorno del secondo mandato alla Casa Bianca di Bill Clinton. Non ci avevo capito molto della vicenda. Ma lo vedevo spesso nei servizi del Tg 1. Quel giorno era stato la notizia di apertura.

Oggi come allora, casa mia si trova a pochi metri dalla chiesa principale del paese. Quella mattina, come ogni mattina, avevo fatto in tempo a sentire, per due volte, i rintocchi delle campane. Ed ero andato a scuola con un’idea in testa. Avevo atteso con ansia e trepidazione che in classe ci fosse proprio la maestra Rosamaria. Con la maestra Maddalena non mi sarei mai permesso di uscire fuori dal seminato. Di norma ero un bambino tranquillo, taciturno, mai una parola o un comportamento fuori posto. Anni dopo sarei arrivato anche a rubare il titolo di secchione, per qualche mese. Un titolo del quale mi sono subito liberato, negli anni del liceo. Ma anche questa è un’altra storia.

Il momento topico era arrivato. La maestra Rosamaria era ancora in piedi, dietro la cattedra. Non ricordo se stesse facendo l’appello o se l’avesse già terminato. In realtà, non ricordo nemmeno se alle elementari fossero solite farlo. Fatto sta che, ad un certo punto, ho rotto gli indugi e mi sono alzato in piedi. Forse, mi sono anche sfilato dal banco per avvicinarmi verso la cattedra. Inconsciamente, avevo capito quale era il target di ciò che stavo per dire.

Percorsi quei pochi metri, esclamai: “Maestra, stamattina mi sono svegliato e le campane della chiesa facevano clin-ton, clin-ton, clin-ton!”. Inutile sottolineare l’indifferenza degli astanti, miei compagni di classe. I miei compagni non avevano gradito la battuta. O, forse, non l’avevano colta. Iniziai a percepire il profumo dell’insuccesso. La battuta l’aveva invece colta, sicuramente, la maestra. Il mio intervento aveva prodotto in lei una reazione: “Se non ti vai subito a sedere, ti tiro un ceffone!”. Colsi sul suo viso un timido sorriso. Ne approfittai per dare di nuovo spazio a quella parte di me rimasta fino ad allora nascosta: “Si, ma dopo la pubblicità!”. Evitai la maestra con una finta di corpo degna del Fenomeno e uscii fuori dall’aula guadagnando il corridoio. Non seguirono altri effetti. Rientrai subito, in aula e in me stesso. Ma qualcosa in me stava già cambiando.

Continua…

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N.B.Sebbene ispirati ad una storia vera, i fatti, le persone, i nomi e le cose narrate in questo post sono da considerarsi espressione della fantasia dell’autore.

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