Colpa del velcro

Colpa del velcro | 3. Colpa loro, pago io

Quegli anni non erano solo gli anni dei cartoni animati e delle difficoltà nello scendere le scale. Erano gli anni in cui iniziavo a scontrarmi con il mondo esterno. Erano gli anni, come vi ho raccontato, nei quali iniziavo a sentir parlare di politica. Erano gli anni in cui avvenne il passaggio dalla lira all’euro. Di quel passaggio ricordo che a casa arrivò la calcolatrice tascabile per la conversione lira-euro: a casa mia arrivò con leggero ritardo. Tra i primi a riceverla e ad esibirla in classe, il simpatico Sante. Chi era? Ora ve lo racconto.

L’antipatico Sante

Come quasi in ogni classe, anche nella mia c’era un compagno un po’ più corpulento degli altri. Si trattava di Sante, che al cospetto di noi altri era un autentico armadio: più alto, più grosso e leggermente antipatico. Non è un’opinione mia, era un sentimento abbastanza diffuso, in quel periodo. Diffuso, al punto che un giorno tutti – o quasi tutti – i miei compagni di classe maschi decisero di aspettarlo all’uscita di scuola per tendergli una sorta di agguato. Ricordo che non feci in tempo ad assistere a quella scena: anche quel giorno, scesi lentamente le scale; e poi fare a botte non era pane per i miei denti, sebbene stessi provando da tempo ad azzuffarmi con Roberto – un altro di quelli alti, ma magro e meno antipatico. Forse volli semplicemente lavarmene le mani.

Ma pagai a caro prezzo la mia lentezza. Pochi secondi dopo il mio arrivo, arrivò ma maestra Rosamaria. Volò qualche ceffone – uno di quelli che aveva promesso a me dopo la famosa battuta – e il capannello che si era creato intorno a Sante si dissolse nella piazza antistante l’edificio scolastico. Rimanemmo lì io, Sante e la maestra. La punizione fu esemplare. Individuati subito i protagonisti della vicenda furono obbligati a scrivere sul quadernone, per cento volte, “Non si picchiano i compagni davanti alla scuola”.

Il prezzo di una battuta

Fu una cosa più forte di me. Mentre assistevo, nel giorno successivo alla rissa, alla comminazione della pena, mi lasciai sfuggire un commento ad alta voce. Già allora avvertivo il peso delle parole: “Ma perché in altri posti (diversi da “davanti alla scuola”, ndr) si possono picchiare i compagni?”. Nemmeno finii di dirla, quella battuta, arrivò il mio turno: “Tu la scriverai per centodieci volte!”, disse la signora Rosamaria – noi le maestre le appellavamo Signora. Inutile raccontarvi la mia amarezza ed il senso di ingiustizia che provai quando mi resi conto di essere stato quasi l’unico a scontare la pena. Secondo la maestra, avrei dovuto quanto meno avvisarla: avrei dovuto risalire le scale!

La spiegazione di Sante

Ma torniamo a noi. Inquadrato, per vie traverse il personaggio, Sante motivò così il fatto che la mia famiglia non avesse ricevuto la famosa calcolatrice tascabile: “Ma tu hai votato Berlusconi?”. Risposi: “No!”. E lui: “E allora?”. E allora che? Mi chiesi e mi chiedo. Non l’avevo votato perché non potevo votare: avevo appena 10 anni. Ma anche avessi potuto, probabilmente, non l’avrei fatto. Non ne capivo granché, ma in casa mia mi sembrava di respirare aria di sinistra, da sempre. E da quanto ne capivo, non era esattamente la stessa aria che arrivava da Berlusconi.

Attaccamento ai soldi

Lira o euro, io con i soldi ho sempre avuto un rapporto particolare. Più che altro, ho sempre nutrito un grande rispetto nei confronti dei soldi e di chi fatica per guadagnarli. Sovente mi è capitato, fino all’adolescenza, di essere additato come tirchio. Era evidente lo sfottò del mio professore di matematica delle scuole medie. Il professor Alberone, infatti, era quello che organizzava le gite scolastiche. Io non ne saltavo nessuna. E in nessuna di esse avevo grande voglia di spendere soldi dietro ad inutili gadget e souvenir. Voglia che invece non mancava a molti dei miei compagni di gita. Più di una volta ricordo che il professor Alberone diceva: “Tu sei incredibile. Sei l’unico che se trova anche solo un centesimo per terra, torna a casa con un centesimo in più rispetto a come è partito!”.

Ragionandoci, lo presi come un motivo di vanto. Una parte di me lo prese come un motivo di vanto. Quella frase, come altre, ha continuato e continua a rintuzzare contro le pareti della mia mente. Di quegli anni o di poco dopo, è la frase che mi rivolse in chiesa una donna di mezza età ucraina o bulgara. In quegli anni andavo sempre in chiesa la domenica. Un’abitudine che ho perso, quasi definitivamente, con gli anni dell’università.

La signora straniera

Me ne stavo in fondo alla chiesa, in piedi, insieme ad altri miei coetanei e quasi coetanei: già allora mi sentivo un ospite di passaggio: non mi sedevo, sebbene avessi da poco smesso di fare il chierichetto. Mentre stavamo lì, io e gli altri, ci siamo lasciati andare a qualche commento. Non ricordo di cosa si trattasse. Parlavamo a bassa voce, ovviamente. Quasi sicuramente, ero stato io a dare avvio al chiacchiericcio. Ma mentre io ero già in silenzio, la signora straniera che occupava un posto in piedi nella navata laterale opposta ci venne incontro.

Già dall’andatura – l’avevo scorta fin dalle prime mosse, con la coda dell’occhio – capivo che si stava avvicinando con fare minaccioso. Premesso che la signora in questione mi inquietava alquanto, già alla vista, non credevo potesse avercela con me: avevo concluso il mio intervento e stavo zitto; pensai che stesse per rimproverare gli altri.

Otto parole, otto macigni

E invece no. Con andatura veloce, passò davanti a tutti gli altri e mi raggiunse. Fu un lampo, ma durò un’eternità. Mi si avvicinò all’orecchio, alzò la mano destra con l’indice puntato, ed esclamò queste precise otto parole: “In questo modo non sarai mai un maestro!”. Nient’altro. Con me, c’era Mario, di un anno più grande. Mentre io avevo già iniziato a rimuginare su quelle otto parole, lui aveva cercato fin da subito di metterla sul ridere. L’episodio è divenuto comico, ma per settimane ho riflettuto su quelle otto parole.

Continua…

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N.B.Sebbene ispirati ad una storia vera, i fatti, le persone, i nomi e le cose narrate in questo post sono da considerarsi espressione della fantasia dell’autore.

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