Carosello

Carosello | 2. Gli esordi e i primi miti

L’esordio di Carosello

L’intero mondo della pubblicità è stato rivoluzionato dall’arrivo della televisione. Essa ha infatti proseguito e perfezionato le esperienze avviate con il mezzo radiofonico, aprendo alla pubblicità nuovi e sconfinati orizzonti. L’Italia, anche ignorando le possibilità offerte dalla sponsorizzazione, scelse di seguire una strada originale (V. Codeluppi, Che cos’è la pubblicità, Roma, Carocci, 2011, p. 26): iniziò a trasmettere pubblicità ma soltanto all’interno di una specifica trasmissione. Il 3 febbraio del 1957, la prima domenica del mese, prendevano il via le trasmissioni di Carosello.

L’origine del nome Carosello

Il nome, che allude a qualcosa di rotondo, rimanda forse ad un gioco con la palla introdotto a Napoli dagli spagnoli tra XV e XVI secolo. Oppure, secondo un’altra interpretazione, deriverebbe dal nome dei salvadanai di forma sferica. Questi ultimi, data la somiglianza con le teste rotonde dei bambini, venivano chiamati “carusielli”.  La scelta del titolo, pare sia stata opera di Marcello Severati, direttore generale della Sacis. Quest’ultima era la consociata produttrice di pubblicità per la Rai che aveva anche fissato le rigide norme che determinavano la struttura di Carosello: separazione tra la parte di spettacolo (il pezzo, di un minuto e 45’’ in genere) e la parte pubblicitaria (il codino, della durata di 30’’); nessun pezzo poteva andare in onda più di una volta (da qui lo stimolo per gli autori ad inventare più spettacoli con gli stessi personaggi e quindi la nascita di vere e proprie mini serie a puntate).

Le perplessità iniziali

Dal punto di vista pubblicitario, Carosello non sempre si rivelò uno strumento efficace, secondo alcuni. Spesso poteva infatti accadere che la scenetta presentata o la forte personalità del personaggio impiegato monopolizzassero l’attenzione dello spettatore e che dunque il prodotto non venisse memorizzato (V. Codeluppi, Che cos’è la pubblicità, Roma, Carocci, 2011, p. 27). Numerose erano poi le norme che regolavano i contenuti etici e morali delle scene rappresentate: erano banditi episodi di disonestà, vizio e delitto. Basti citare come esempio gli episodi, tra i più celebri di Carosello, di sentimento e fughe amorose che vedevano come protagonista il noto personaggio di Carmencita. Il caballero, suo spasimante, ripete più volte la frase: “Qui non si vede un cactus”. Ebbene, questa frase è stata più volte motivo di discussione tra l’ideatore del carosello Armando Testa ed i funzionari della Rai che, probabilmente a ragione, la vedevano come un eufemismo per una allocuzione volgare (M. Giusti, Il grande libro di Carosello, Milano, Sperling & Kupfler, 1995, p. 323).

L’amore eterno tra Carmencita e Caballero

Nonostante questo, i testimonial Carmencita e Caballero sono sopravvissuti fino ai giorni nostri. Il tempo sembra non sia mai passato per i due amanti. Il loro è un amore senza tempo, esattamente come la loro iconicità e la loro ironia. Nel 2005 Lavazza ha voluto proporre una nuova sitcom con gli stessi protagonisti, certa che il successo sarebbe stato pressoché identico. E nel 2007 i due testimonial sono stati raffigurati sul packaging del caffè Carmencita contribuendo a far diventare quello della Lavazza il “Prodotto dell’anno”. Negli sketch di Carosello era infine vietato pubblicizzare biancheria per signora o mostrare ragazze in costume, ma anche nominare parole quali forfora, sudore, depilazione, deodorante e quant’altro.

Il primo Carosello della storia

Alle 20 e 50 di quel 3 febbraio, sul teleschermo compare il disegno di un teatrino: si apre un sipario; ne seguono poi altri quattro; in fine la scena viene interamente occupata dallo striscione con su scritto “Carosello” retto da due paggi. L’idea era di Luciano Emmer e Cesare Taurelli; i disegni di Nietta Vespignani; la sigla – una marcetta seguita da una tarantella – la rielaborazione di un anonimo napoletano curata da Raffaele Gervasio (L. Ballio e A. Zanacchi, Carosello Story, Torino, Eri, 1987, p. 14). Tra i meriti attribuibili al regista Luciano Emmer, in tema di Carosello, va annotato, tra l’altro, quello di aver convinto il principe della risata, Antonio De Curtis, a girare nove spot per reclamizzare il dado da brodo Star. All’inizio del 1967, Totò vestendo i panni di un ciabattino irriverente entrerà all’ora di cena nelle case degli italiani.

Nel ’62 e nel ’73 la sigla subirà alcune modifiche: prima le immagini dei sipari interni vengono sostituite dai disegni a tempera di Manfredo Manfredi raffiguranti scenette galanti in costume (damine con l’ombrellino, paggi col cappello piumato, biciclette ottocentesche e panchine); poi sarà la volta della musichetta che verrà resa più vivace da Peppino de Martino.

Il primo testimonial della pubblicità televisiva italiana

La lezioncina pedante e noiosa di Canestrini, della quale parleremo più avanti, la mini inchiesta di Mike Bongiorno (P. Dorfles, Carosello, Bologna, Il Mulino, 1998, p. 8) e, a seguire, lo sketch di Carotenuto e quello di Campanini. Proprio Mike Bongiorno può essere considerato il primo testimonial della storia della pubblicità televisiva italiana. Un personaggio per voi era il titolo di quel suo primo Carosello: un documentario in miniatura sulla casa e la vita di una donna avvocato. Anche il marito della signora è avvocato, Mike chiede alla signora se condividono anche la passione per gli animali. Ricevuta risposta negativa, il noto presentatore regala alla donna una capretta nana del Tibet ed una valigetta con la messa in piega Plix offerta dalla l’Oréal: “Dal vostro parrucchiere chiedete un Plix”. Uno spot più vivace di quello che lo ha preceduto, nonostante i toni pesantemente pedagogici.

I primi passi verso il mito

Questi, insieme agli altri due caroselli della prima trasmissione del programma, lo sketch di Carotenuto per la macchina da cucito automatica della Singer e quello di Campanini per l’amaro Cynar, segnavano l’inizio di Carosello. Un’epopea ventennale destinata a rimanere impressa negli anni nella memoria di una generazione intera. Un successo al quale contribuirono più fattori e difficilmente inquadrabile senza considerare il contesto all’interno del quale Carosello andava nascendo.

Per dirla con Marco Giusti, grande cultore di quel programma televisivo, rivedere oggi quelle scenette non suscita grande entusiasmo: “I primi blocchi di pubblicità del 1957, nella loro irruenza, mostrano una straordinaria ingenuità. Spreco assoluto di attori, di autori. Idee poche. Di solito si prendono di peso personaggi e macchiette del mondo del varietà, della radio e della televisione e si cuce addosso a loro un Carosello”(M. Giusti, Il grande libro di Carosello, cit., p. 14) . Allora però, l’impatto sul pubblico fu differente. Contrariamente a quello che pensarono i dirigenti Rai, culturalmente contrari alla pubblicità, gli italiani furono sedotti da quell’originale connubio di scenette comiche, canzoni, duetti in stile varietà e messaggi commerciali (V. Codeluppi, Che cos’è la pubblicità, cit., p. 27). E le cause, come accennato, furono molteplici.

Continua (articolo 2 di 10)

<<< Leggi il post precedente sulla storia della pubblicità

Vai al post successivo: Carosello tirò la volata al consumismo? >

Indice degli articoli su Carosello

Intro. Cos’è stato Carosello, per chi l’ha visto e per chi non c’era

  1. Perché esiste la pubblicità?
  2. Gli esordi e i primi miti
  3. Carosello tirò la volata al consumismo?
  4. Pubblicità e pedagogismo: le ingerenze della politica
  5. Il ruolo delle donne in Italia: la svolta degli anni ’60
  6. Genere televisivo a parte o vampiro buono?
  7. La frase “A nanna dopo Carosello” avrebbe potuto non esistere?
  8. La pubblicità crea bisogni di consumo falsi?
  9. Chi ha ucciso Carosello?
  10. Il mito di Carosello vive ancora oggi?

 

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