Attualità

Immigrazione, i media si comportano bene?

Immigrazione, il ruolo dei media

Che ruolo svolgono i media rispetto al fenomeno dell’immigrazione? L’analisi di quella che è la comunicazione dell’immigrazione offre un interessante spunto di riflessione. L’Italia è diventata – da luogo di origine dell’immigrazione, quale era fino a pochi anni fa – meta dei flussi migratori. Ed il racconto di tale fenomeno ci viene offerto dai media – tradizionali e non – attraverso stili narrativi differenti. Ma ciò che emerge in maniera sempre più evidente è che spesso il minimo comun denominatore di gran parte della narrazione che si fa del fenomeno dell’immigrazione sia un più o meno velato – dipende dai casi – razzismo. È sufficiente pensare, ad esempio, all’uso che si fa dei termini “extracomunitario”, “clandestino” o “fondamentalista”: tutti utilizzati, quasi esclusivamente, in accezione negativa.

L’importanza della terminologia

È un uso che alimenta, in maniera consapevole o meno, sacche di razzismo ed intolleranza poiché condiziona la percezione che i lettori possono avere del fenomeno immigrazione e delle notizie che riguardano gli immigrati. Ne consegue una narrazione parziale che rischia inevitabilmente di confondersi e fondersi con la cronaca. Da qui, la sempre più frequente presenza di termini quali “emergenza”, “invasione” e “problema da risolvere” all’interno del pubblico dibattito sull’immigrazione.

L’evoluzione dell’Italia rispetto ai flussi migratori

Da paese origine dei flussi migratori, l’Italia si è trasformata in pochissimi anni in meta dei flussi migratori. Una trasformazione rapida che non ha, di fatto, giovato alla comune percezione del fenomeno. Quello che possiamo definire, per molti aspetti, un vero e proprio “effetto sorpresa”, ha rafforzato nell’immaginario collettivo l’idea di immigrazione come problematicità. Tale percezione negativa ha trovato, negli anni, il valido appoggio dei media: i toni allarmistici hanno sin dagli inizi scandito il racconto dell’immigrazione. E i toni dei media hanno finito per influenzare il linguaggio della politica arrivando a condizionarne addirittura l’agenda: “l’invasione” è divenuta così un “problema di sicurezza nazionale”.

Paura del diverso?

Ma le cause del problema non sembrano imputabili completamente ed esclusivamente ai media. La narrazione prodotta e riprodotta da questi ultimi è infatti il sintomo di qualcosa che è già presente nella società e nella cultura. Una percezione diffusa e latente che può essere riassunta con l’espressione “paura del diverso”. Media e società possono essere infatti considerati vasi comunicanti: l’attenzione dei primi ad alcuni temi è espressione, in una certa misura, all’attenzione che la società ripone su quegli stessi temi.

La continua sensazione di emergenza

La superficialità di un pubblico poco propenso ad approfondire e a fruire con spirito critico le notizie si riflette nella superficialità dei media che finiscono per trattare anche temi diversi come immigrazione, clandestinità e criminalità come fossero un unico grande problema. Ciò produce tutt’altro che una narrazione autentica del fenomeno. A maggior ragione se le modalità ed i termini di questa contribuiscono – attraverso la loro spasmodica reiterazione – a far divenire abitudinari alcuni temi quali il bisogno di fuggire, gli sbarchi e le opinioni sugli immigrati. L’abitudine rischia, di fatto, di renderli insignificanti.

La vicendevole capacità di media e società non devono però dissuadere dal ruolo che i primi svolgono all’interno della seconda. Essi svolgono non solo la funzione denotativa, volta ad informare, ma anche la funzione connotativa, con implicazioni emotive ed affettive, e la funzione simbolica: contribuiscono a determinare e diffondere una certa visione del mondo.

Una visione distorta

Eppure, la visione “distorta” del fenomeno immigrazione si inserisce in un più ampio contesto di inadeguata rappresentazione sociale. Come suggerisce Marino D’Amore nel suo Media, comunicazione immigrazione, si tratta di un vero e proprio difetto comunicativo caratterizzato da diverse dimensioni: la tendenza alla drammatizzazione dell’informazione; la tendenza ad adoperare un linguaggio che privilegia la dimensione emotiva a scapito di quella razionale; la superficialità nella verifica delle fonti, in favore di una notizia ad effetto; la carenza di funzione e fruizione critica dei prodotti di comunicazione. I media finiscono così per rinfocolare la già citata “paura del diverso”. Diviene quindi auspicabile sostituire l’attuale modello narrativo con un modello meno semplicistico in grado di rispettare le più semplici regole di uguaglianza e solidarietà che dovrebbero costituire le basi dell’epoca della globalizzazione.

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