Colpa del velcro

Colpa del velcro | 4. Quando il dovere chiama

Perché Colpa del velcro?

Se siete arrivati fino a questo punto, meritate di conoscere il significato del titolo. Si, il titolo di questa raccolta ha un significato! Ma prima voglio raccontarvi qualche altra cosa. La Strafexpedition – la spedizione punitiva, insomma – ai danni di Sante non era totalmente priva di motivazioni. Era ugualmente insensata e colpevolmente sbagliata, ma all’origine c’era stata più di una causa scatenante.

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Quella fretta di scoprire il mondo

Come ovvio che fosse, in quarta/quinta elementare si ha voglia di crescere, di scoprire il mondo. Tra le tante espressioni della fretta tipica di quell’età, c’era quella di andare a spiare l’arrivo della maestra nel cambio dell’ora. Quella mancanza di pazienza si era spinta fino al punto che non bastava più alzarsi ed andare ad aspettare sull’uscio della porta dell’aula: volevamo spingerci oltre. Con buona pace dei bidelli – a quei tempi, si chiamavano ancora così – arrivammo a spingerci ben oltre la porta dell’aula.

Un corridoio lunghissimo

Fuori dalla porta, si apriva lo spazio sterminato del corridoio. Era lunghissimo: le infinite mattonelle grigie ospitavano qualche fila di mattonelle blu che riprendevano la forma ad L del corridoio. La curva a gomito a destra anticipava l’atrio. La frenesia dei più temerari compagni di classe arrivava a spingersi fino alla curva a gomito delineata da quelle mattonelle blu. Io, conscio dei miei limiti atletici e timoroso della ressa che avrebbe scatenato l’arrivo improvviso della maestra, rimanevo a metà strada: studiavo le mosse di quelli avanti e mi preparavo al fulmineo rientro – per quanto possibile.

Capitò che un giorno, rimasto a metà strada tra la curva a gomito e la porta dell’aula, feci in tempo a sentire un tonfo: Sante, nella corsa frenetica per il rientro in classe, era finito a terra. Su quelle mattonelle grigie e blu, il grosso Sante aveva lasciato quel che restava dei suoi occhiali ed un incisivo. I momenti che seguirono furono di altissima tensione. Oltre all’intervento delle autorità competenti – maestre, bidelli e preside – fu inevitabile l’arrivo a scuola della genitrice di Sante. Tra l’altro, era una collega delle maestre. Nella confusione, il corpulento compagno di classe era riuscito ad individuare uno o due colpevoli della sua rovinosa caduta. Inutile dirvi che furono proprio loro a far partire la spedizione punitiva.

Il riscatto di Sante

Va detto che nel corso degli anni, Sante ha saputo recuperare un po’ di quella simpatia che forse non aveva mai avuto. Gli anni gli hanno fatto perdere qualche capello e guadagnare qualche centimetro di altezza. Le ultime volte che ci siamo incontrati, non ha potuto fare a meno di farmi notare – prima ancora dei convenevoli tra vecchi compagni di classe: “Uaglio’, ma nu’ vai chiù a’ palestra? Ha’ fatt’ na panza!”. Tradotto: “Ma non vai più in palestra? Ti trovo ingrassato!”. La classica regola del contrappasso: nelle sue intenzioni, è stato un gesto di rivalsa; nella mia interpretazione, è stato uno stimolo per allenarmi ancora più forte.

Sante come Gulliver a Lilliput

La goffa scena dell’aggressione l’ho rivissuta l’estate seguente. In quegli anni, io e la mia famiglia andavamo ancora in villeggiatura tra Casalvelino ed Ascea. Su una bancarella in una delle due località – non ricordo esattamente quale delle due fosse – avevo trovato e scelto il libro da leggere durante le vacanze: I viaggi di Gulliver. Al rientro dalla settimana di villeggiatura, mi ero appropriato dell’ombrellone che avevamo usato in spiaggia. Dopo pranzo, lo mettevo senza la punta tra la ringhiera ed muro del balcone di casa. Con una o due arelle chiudevo il perimetro dell’ombrellone: quella era la mia casetta per la lettura. Fu leggendo di Gulliver e dei lillipuziani che mi ritornò alla mente quella scena.

Uno dei tanti, ma l’unico

Pur avendo le mani pulite, il fatto di essere stato tra i condannati per il vile gesto mi aveva aiutato a sentirmi uno del gruppo, uno come tutti. Quel desiderio mai realizzato fino in fondo, mi spingerà più tardi a ripudiare – come già ho accennato – la nomea di secchione. In realtà, già in quell’episodio sembrava non esserci verso di entrare a far parte del “tutti”: ero stato l’unico a scontare completamente la pena. Avevo fatto un ottimo lavoro: 110 volte la scritta “Non si picchiano i compagni davanti alla scuola”, con una sola esitazione: in una delle battute finali mi era tremata un po’ la mano.

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La gara di lettura

Ritenevo di avere una buona calligrafia. Me la cavavo abbastanza bene anche nella lettura: da tempo, non mi facevo più i classici esercizi di lettura a casa: in classe improvvisavo. La maestra Maddalena, probabilmente, lo aveva capito. E lo dimostrò quando toccò a me esibirmi per il titolo di “Dottore in lettura”. Era una delle tante iniziative della maestra: a turno, dovevamo esibirci in una lettura a voce alta, salendo in piedi sulla cattedra. Capite bene che la mia difficoltà era più quella di riuscire a stare in piedi sulla cattedra che quella di leggere a voce alta.

Terminata la lettura, con una sorta di applausometro immaginario, veniva approvata o meno l’esibizione. L’improvvisazione, unita alla paura di scivolare giù, innescarono qualche esitazione di troppo. Sebbene fossi tra quelli che leggevano meglio, fui tra gli ultimi della classe a conseguire il titolo. Il “Diploma di Dottore in lettura” con le firme di tutti i 26 compagni di classe è ancora orgogliosamente esposto nella mia cameretta. Mentre fatico a capire dove sia finita la pergamena della mia laurea triennale.

Le brillanti iniziative

Con la maestra Maddalena avevo un rapporto meno diretto di quello che avevo con la maestra Rosamaria: non c’era spazio per le battutine. Stravedeva per me perché ero uno dei più bravi. Mi lasciavo coinvolgere sempre nelle sue interessanti iniziative. Oltre alla gara di lettura, ricordo che ci aveva fatto confezionare un quaderno ad anelli all’interno del quale raccoglievamo tutti i progetti realizzati: spiccavano gli approfondimenti sulla pittura di Van Gogh e canzoni come La casa di Sergio Endrigo o Aggiungi un posto a tavola di Johnny Dorelli. Ma non solo. Erano attività ludiche che esulavano dai canonici programmi scolastici, ma riuscivano a catturare l’attenzione di tutta la classe. Qualcosa di quelle attività è rimasta, ad ognuno di noi.

La recita scolastica

Ci fu un periodo nel quale tutte le maestra sembravano essersi fissate con le favole. Anche nella classica recita di fine anno, decisero di farci interpretare alcune delle favole più famose. Fra i tanti personaggi interpretati in quella recita, ricordo: Biancaneve, Brontolo, Cucciolo, Dotto, Eolo, Gongolo, Mammolo, Pisolo, Cenerentola, la strega cattiva, Cappuccetto Rosso, il lupo cattivo, il cacciatore, il Gatto e la Volpe, forse anche il Gatto con gli stivali. Ad assegnare i ruoli in quella recita, fu ovviamente la signora Rosamaria.

Il ruolo per me scelto suonava e suona beffardo. Ancora oggi non mi capacito di quale possa essere stato il ragionamento alla base di quella scelta. Probabilmente, fu proprio il mio spiccato senso del dovere ad essere determinante. Non mi sarei mai rifiutato di eseguire un compito assegnatomi. Né mi sarei mai permesso di farlo in occasione di una recita scolastica. Era un ruolo scomodo, ma qualcuno doveva farlo. E quel qualcuno ero io.

Continua…

N.B.Sebbene ispirati ad una storia vera, i fatti, le persone, i nomi e le cose narrate in questo post sono da considerarsi espressione della fantasia dell’autore.

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