Carosello

Carosello | 6. Genere televisivo a parte o vampiro buono?

Carosello, genere televisivo a parte?

Come già detto, risulta difficile comprendere il successo di Carosello senza inquadrarlo nel contesto della società e della televisione italiana degli anni della sua nascita e diffusione. “Era una voragine accattivante che ti prendeva dal di dentro e nascondeva mille sorprese. Volti noti e meno noti del privato, fidanzate, amici, parenti, ma anche pura emozione viscerale del passato. Tutti avevamo uno o più caroselli del cuore da rivedere segretamente” (M. Giusti, Il grande libro di Carosello, cit., p. 9).

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La commistione di linguaggi in Carosello

Una popolarità favorita dalla commistione di nuovi linguaggi in esso proposti. Linguaggi frutto anche della simbiosi tra le due finalità di Carosello: intrattenere e pubblicizzare. Introduceva così una nuova forma espressiva che troverà maggiore affermazione nella tv commerciale. All’interno soprattutto di questa, la pubblicità si oppone, stilisticamente, “alla vecchia cultura cinematografica e alla prima generazione dei palinsesti televisivi, privilegiando il corpo piuttosto che la narrazione, l’inconscio piuttosto che la razionalità”, come sostiene Abruzzese (A. Abruzzese, Metafore della pubblicità, Genova, Costa & Nolan, 1998, p. 18). Nell’obbligo di far convivere ragione ed emozione, materialità e sogno, tutto in tempi strettissimi, la comunicazione pubblicitaria è divenuta una forma di espressione particolarmente completa (P. Dorfles, Carosello, cit., p. 60). Una trasformazione anticipata da Carosello ed affermatasi con l’avvento della tv commerciale.

<<< Torna a Carosello, il ruolo delle donne in Italia

Quanti generi ha mescolato in sé Carosello?

Ma quanto Carosello è stato un genere televisivo a sé? E quanto, invece, pubblicità accompagnata alla televisione? I pareri in merito sono molteplici e divergenti. Omar Calabrese sostiene che “la pubblicità televisiva […] si caratterizzi come tipico fenomeno di parassitismo culturale, si appropri cioè tanto dei contenuti quanto delle forme specifiche di universi comunicativi ‘altri’” (O. Calabrese, Carosello o dell’educazione serale, Firenze, Clusf, 1975, p.39). È innegabile che Carosello e la pubblicità televisiva abbiano “vampirizzato tutto, dalla prosa al cinema, dall’avanspettacolo al documentario didattico, dalla fiaba al cartone animato” (P. Dorfles, Carosello, cit., p. 67). D’altronde, nessuna forma di comunicazione si è sviluppata ex novo senza affondare le proprie radici in una forma preesistente.

Il vampiro buono

Ma come ribadisce Piero Dorfles, se Carosello e la pubblicità televisiva in generale possono essere definiti “vampiri” rispetto ad altre forme di linguaggi, trattasi di “vampiri buoni”. La pubblicità televisiva, sperimentando nuovi modelli comunicativi, ha infatti restituito, arricchendolo, ciò che dalle altre forme di comunicazione ha preso in prestito ai suoi primordi: la tecnica dell’immagine e del montaggio; il ritmo; la naturalezza della recitazione. Come forma di comunicazione è senz’altro un ibrido; il frutto di un patchwork di forme preesistenti, ma un prodotto comunque pregiato. Non a caso, raggiunge il proprio scopo: comunicare, coinvolgere e trasmettere il proprio messaggio.

Continua (articolo 6 di 10)

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Continua con La frase “A nanna dopo Carosello!” avrebbe potuto non esistere? >

Indice degli articoli su Carosello

Intro. Cos’è stato Carosello, per chi l’ha visto e per chi non c’era

  1. Perché esiste la pubblicità?
  2. Gli esordi e i primi miti
  3. Carosello tirò la volata al consumismo?
  4. Pubblicità e pedagogismo: le ingerenze della politica
  5. Il ruolo delle donne in Italia: la svolta degli anni ’60
  6. Genere televisivo a parte o vampiro buono?
  7. La frase “A nanna dopo Carosello” avrebbe potuto non esistere?
  8. La pubblicità crea bisogni di consumo falsi?
  9. Chi ha ucciso Carosello?
  10. Il mito di Carosello vive ancora oggi?

 

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9 risposte »

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