Colpa del velcro

Colpa del velcro | 5. Fuori dai binari

“Vestiti di nero!”

Fra tutte quelle favole, fra tutti quei personaggi, la maestra Rosamaria non aveva avuto nessun dubbio. Il personaggio che io avrei dovuto interpretare era quello. E mi aveva incasellato lì – in tutti i sensi. Aveva tenuto conto del mio essere accondiscendente; aveva tenuto conto del fatto che qualcuno doveva farlo; aveva deciso che sarebbe spettato a me. Forse, aveva notato qualche tratto di somiglianza tra il mio viso e quello di Gaia. Fatto sta, che mi aveva chiesto di vestirmi di nero. O, comunque, con colori scuri: era parte del costume che avrei indossato; la parte che non si sarebbe dovuta notare.

Il cartoncino giallo e la carta stagnola

Il resto, l’avrebbe fatta un grosso cartoncino giallo alto quanto me in ginocchio. In ginocchio era la posizione che avrei dovuto tenere durante tutta la mia esibizione. Sul cartoncino giallo era stata applicata della carta stagnola. Al centro, c’era un buco ovoidale nel quale avrei infilato la testa: io, in quella recita, ero lo specchio della strega cattiva – interpretata, appunto, da Gaia. Bei momenti.

Probabilmente, è lì che ho iniziato ad odiare il nero. Con i colori ho sempre avuto un rapporto speciale. I miei colori erano le matite colorate: non ho quasi mai usato pennarelli. Forse, perché macchiavano; forse, perché non ammettevano alcun margine d’errore. Le matite colorate, invece, riuscivo a gestirle meglio. Mi avevano insegnato a non calcare mai troppo la mano. Così facendo, avrei potuto sempre rimediare. Disegnavo e coloravo abbastanza bene, dicevano. Il fatto di non calcare la mano mi consentiva di riuscire a colorare sempre in maniera uniforme: partivo dai dettagli, dai contorni, per poi riempire e colorare le parti più grandi.

Tavoletta cerata

Uno che calcava molto la mano era indubbiamente Nicolò. Le lezioni di Religione ci avevano suggerito un parallelo tra la sua modalità di scrittura e quella dei tempi di Gesù. In tutto l’impero romano, si usavano infatti le tavolette cerate: alcune assicelle rettangolari di legno o d’avorio rivestite di cera, su cui il testo era tracciato a graffio tramite un apposito strumento a punta, lo stilus. Nicolò non usava, ovviamente, la tavoletta cerata. Lui incideva su un normale quadernone.

Pinocchio di carta

La fissa per le favole, unita al desiderio e alla voglia della maestra Maddalena di fare lavori creativi, ci catapultarono un giorno nella favola di Pinocchio. Dovevamo costruire un burattino di carta. Nulla di complicato. Nove pezzi in tutto: tronco e testa; due per ogni braccio; due per ogni gamba. Un burattino di cartoncino poco interattivo, ma efficace: tirando lo spago, avrebbe alzato contemporaneamente braccia e gambe.

Il pennarello bordeaux

Aveva già ritagliato i pezzi di cartoncino. Dovevamo ora colorarli. Nel borsello, avevo pochissimi pennarelli. Come detto, non ne usavo. Quelli che c’erano erano tutti ormai asciutti. Uno soltanto, stranamente, funzionava benissimo. Era un bordeaux acceso. L’avevo provato, con non pochi timori, in qualche ritaglio di fogli di carta da buttare.

Quando arrivò il momento di colorare il vestito ed il cappello del burattino, mi sembrò l’occasione giusta per usarlo. La maestra aveva chiesto di usare il colore rosso. Diedi un’occhiata in giro. Vidi che ognuno aveva la sua tonalità di rosso. Non era un compito “istituzionale”, dopo tutto. Si trattava di uno di quelli che venivano chiamati “lavoretti”. Decisi che potevo osare.

Le mezze maniche di Pinocchio

Presi il pennarello bordeaux dall’astuccio ed iniziai a colorare. Iniziai, ovviamente, dalle parti più piccole. Iniziai a colorare le maniche. Pinocchio girava (e gira) in mezze maniche e pantaloni corti, per fortuna. Colorare le sue mezze maniche significava colorare due triangolini piccolissimi di carta che sporgevano dal busto.

Con stupore e soddisfazione, notai che riuscivo a colorare bene anche con il pennarello. Il risultato sembrava eccellente. Lo era. La maestra ci aveva chiesto di usare un rosso vivo. E quel bordeaux era più vivo che mai. Lo era per me, che usavo solo matite colorate. Ma se lo stupore rimase – anche se cambiò le proprie forme – la soddisfazione svanì quasi immediatamente.

La maestra Maddalena girava tra i banchi per controllare che tutto proseguisse sui giusti binari. Di lì a poco avrei fatto i conti con il concetto di “giusti binari”. La maestra era arrivata al mio banco. Lei era la maestra di italiano. Avevamo un’intesa particolare. Non c’era bisogno di grandi dimostrazioni. Quell’intesa c’era. E lo sentivo. Fu anche per quello che avevo deciso di osare. Non l’avessi mai fatto!

“Ma cosa diavolo stai facendo!?”

La maestra Maddalena abbassò lo sguardo sul mio burattino in fasce. Notò le maniche bordeaux. Ed iniziò ad urlare: “Ma cosa stai facendo!?”. Lo ripeté più volte. Contemporaneamente, il suo viso iniziò a colorarsi di rosso. Mi strappò il cartoncino dalle mani e tornò alla cattedra.

Quello che per me era un dettaglio, per lei non lo era. Le maniche e la camicetta di Pinocchio dovevano essere colorate di rosso. Poco contava che io non avessi il pennarello rosso. Ritagliò dal cartoncino bianco avanzato due mezze maniche e le incollò su quelle che avevo colorato col pennarello bordeaux. Quel burattino di carta è ancora lì a fissarmi, nella mia cameretta a Piaggine, a fianco al Diploma di dottore in lettura. Fu l’unico burattino ad essere colorato con un rosso pastello. L’avevo colorato in maniera uniforme, con la matita colorata rossa.

Avevo sbagliato osando?

Avevo capito che non era valsa la pena rischiare. Anche se il burattino era mio; anche se a me piaceva colorato di bordeaux. Avevo osato dove non potevo. Ma sapevo, in cuor mio, di non aver fatto nulla di sbagliato. Ero uscito dai binari. E anche se la locomotiva era ferma al deposito – non era un compito ufficiale, dicevo – la maestra Maddalena non aveva gradito. Ma non mi sembrò un fatto grave. Sebbene sembrò condizionare l’intesa tra me e lei.

Avevo colto, in quell’episodio, l’importanza dei dettagli. I dettagli, a volte, fanno la differenza. Lo capii ancora meglio anni più tardi, durante un viaggio in macchina: i dettagli contano.

Continua…

< Leggi l’episodio precedente

Continua la lettura con Dettagli che contano >

N.B.Sebbene ispirati ad una storia vera, i fatti, le persone, i nomi e le cose narrate in questo post sono da considerarsi espressione della fantasia dell’autore.

Leggi Colpa del velcro dal primo episodio >

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