Curiosità

Neoborbonismo, istruzioni per l’uso

Neoborbonismo, che scoperta!

Un po’ per caso, un po’ per fortuna, mi sono imbattuto nel Neoborbonismo. Che cos’è? Wikipedia sembra non avere dubbi: “Il Neoborbonismo è l’insieme di quella sparuta galassia di microscopici movimenti politici, nostalgici filoborbonici e siti divulgativi di informazioni e letteratura pseudostorica con invenzioni storiografiche revisionistiche e mediatiche di tipo nostalgico revansciste”. Prima ancora di consultare la rinomata fonte di folksonomie, mi era venuto qualche dubbio già nello scandire il nome di tale ideologia: Neo-, nuovo: –borbonismo, riconduce alla famiglia dei Borbone. Dove sono i Borbone? Ma io sono fissato con le parole. Sarà un dubbio sciocco il mio.

Alcuni di loro ribatteranno che la mia è un’osservazione sciocca. Altri diranno: “Noi siamo duosiciliani!”. Per quanto tutti questi “sparuti gruppi” siano riconducibili ad un unica grande famiglia, persistono infatti un sacco di sottogruppi. Il che lascerebbe già di per sé riflettere sul sentimento di unità ed identità territoriale dal loro sostenuto e rivendicato. In merito all’identità meridionale e alle altre tesi sostenute in seno al Neoborbonismo, mi sono permesso di raccogliere qui qualche spunto di riflessione.

Neoborbonismo, 10 spunti di riflessione

1. Divario Nord-Sud

Nel 1871 il tasso di analfabetismo in Piemonte era pari al 42,3 per cento della popolazione, mentre in Lombardia arrivava al 45,2: in nessuna regione meridionale, invece, scendeva sotto l’80 per cento della Campania. In Sicilia superava l’85 per cento, in Basilicata raggiungeva l’88.

Sulla efficiente amministrazione borbonica, lasciamo parlare un meridionalista come Giustino Fortunato, che nel 1904, in La questione meridionale e la riforma tributaria, scriveva: “Eran poche, sì, le imposte, ma malamente ripartite e tali nell’insieme da rappresentare una quota di lire 21 per abitante, che nel Piemonte, la cui privata ricchezza molto avanzava la nostra, era di lire 25,60. E, del resto, se le imposte erano quaggiù più lievi assai meno vi si spendeva per tutti i pubblici servizi. L’esercito, e quell’esercito!, assorbiva pressoché tutto; le città mancavano di scuole, le campagne di strade, le spiagge di approdi; e i traffici andavano ancora a schiena di giumenti, come per le plaghe d’Oriente”.

La fase storica in cui la forbice fra i due pezzi d’Italia si allargò di più fu quella durante la quale straripava la retorica nazionalista. Nel ventennio fascista la crescita media annua del pil del Sud rallentò fino allo 0,5 per cento, mentre quella del Centro-Nord subì una lieve accelerazione portandosi al 2 per cento: alla fine della Seconda guerra mondiale la ricchezza media pro-capite prodotta nelle Regioni meridionali era circa il 50 per cento di quella del resto del Paese. E le cose non sono sicuramente migliorate nei seguenti settant’anni: la soglia del 60 per cento è stata superata solo nel 1971 e nel 1973. Nel 2014 era al 53,7 per cento, un livello ancora più basso di quello toccato nel 1953. Ma la condizione del Regno delle due Sicilie non era rosea come la si vorrebbe far apparire.

2. Regno delle Due Sicilie terza potenza mondiale?

Nel 1861 poteva davvero essere il Regno delle Due Sicilie la terza potenza mondiale mentre gli imperi inglese, francese, ottomano, austroungarico, spagnolo e portoghese si contendevano il pianeta, per non parlare di Russia, Stati Uniti e Cina?

3. La situazione economica del Regno delle Due Sicilie

Le casse del regno borbonico erano ben fornite, ma a scapito del popolo: storici meridionalisti affidabili hanno da tempo riconosciuto le misere condizioni di vita della maggior parte dei sudditi borbonici.

Gli aspetti finanziari e soprattutto tributari del processo di unificazione, ricorda Giuseppe Galasso, grande esperto di storia risorgimentale e del Mezzogiorno, erano stati ben documentati già da Francesco Saverio Nitti più di un secolo fa. “È vero che le casse del Regno delle due Sicilie erano piene di soldi che sono serviti ai Savoia per riequilibrare i conti dello stato. Ma era una ricchezza inerte. Improduttiva”. Una prova può esserne la condizione della rete ferroviaria del Regno: “Nel 1860 in tutto il Regno di Napoli c’erano non più di 110 km di ferrovie. In Piemonte, Lombardia, Liguria e Veneto occidentale ce n’erano 1.500″. Una ricchezza che i Borbone, evidentemente, non utilizzarono neppure per difendere il regno. Metternich previde che la dinastia sarebbe morta di una “infezione” contratta durante i moti del 1820 – 1821: la paura.

4. Le infrastrutture

Nell’intero Regno delle Due Sicilie, che pure aveva introdotto per primo il treno a vapore, c’erano appena 184 chilometri di binari. Tutti in Campania. Nel Centro-Nord, invece, ce n’erano 1801: 689 nel solo Piemonte. Quando con l’Unità d’Italia si realizzò anche l’unione monetaria fra le sette valute esistenti all’epoca, e si aprirono le frontiere, ciò contribuì non poco a mettere i prodotti del Mezzogiorno di fatto fuori mercato.

Va anche detto che dopo la scomparsa prematura di Cavour la classe dirigente della nuova Italia fallì clamorosamente. Il Sud venne trattato alla stregua di un territorio depresso e conquistato, dove le tensioni sociali vennero affrontate solo militarmente, con repressioni sanguinose e leggi speciali. Addirittura un presidente del Consiglio, Federico Menabrea, arrivò a proporre un massiccio trasferimento di popolazioni meridionali in Patagonia o nel Borneo. Nei 25 anni successivi gli investimenti pubblici in infrastrutture furono nettamente inferiori a quelli nel resto del Paese: alla fine del 1886 il Centro-Nord contava 8.080 chilometri di strade ferrate, contro i 4.022 del Sud.

Insomma, si fece esattamente l’opposto di ciò che si sarebbe dovuto fare per realizzare un unico Paese. La conseguenza fu il progressivo decadimento delle attività industriali meridionali, come dimostrato dallo studio della Banca d’Italia: tra il 1861 e il 1919 il prodotto interno lordo nel Sud crebbe a un ritmo annuale medio dell’1,1 per cento, contro l’1,9 del Centro-Nord.

5. Istruzione pubblica nel Regno

L’istruzione pubblica era praticamente assente. Il tasso di analfabetizzazione era ben al di sopra della media europea d’allora: numerosi consiglieri comunali della provincia di Napoli, ad esempio, firmavano i verbali di consiglio aiutandosi con una stampiglia di legno.

Il Prof. Carmine Cimmino, docente napoletano, sintetizza così l’argomento: “I Borbone persero il Regno per necessità storica: Francesco I e Ferdinando II cercarono, con una perseveranza maniacale, di chiudere le genti del Sud in una specie di bolla gigantesca che li isolasse da un mondo che cambiava senza sosta. Accadde così che piccoli gruppi di eccellenza, ingegneri, architetti, medici, raggiungessero posizioni d’avanguardia: ma l’analfabetismo di massa toccava percentuali altissime, e il programma delle scuole pubbliche di primo grado era roba da ridere”.

6. “Un secolo e mezzo indietro rispetto all’Europa”

Angelo D’Orsi, professore di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, ricorda che “il Regno del Sud era un territorio profondamente depresso ed era almeno un secolo e mezzo indietro rispetto allo sviluppo del resto d’Europa”; gli fa eco il prof. Giuseppe Cacciatore, filosofo salernitano e membro dell’Accademia dei Lincei: “nessuno può negare che quella dei Borbone sia stata una tra le peggiori dinastie europee e contemporanee. È quella che ha mandato in carcere e al patibolo i patrioti napoletani, che impose il giuramento davanti ai vescovi delle diocesi dei professori universitari per avere il permesso ad insegnare”.

7. Neoborbonismo e date

Nel 1861 non fu raggiunta l’unità nazionale, bensì proclamato il Regno d’Italia. L’unità venne completata solo nel 1918, grazie alla vittoria nella Grande Guerra (che divenne così la IV Guerra d’Indipendenza italiana) ed il raggiungimento dei confini naturali della Patria. Su qualche articolo scritto e diffuso dai neoborbonici ho letto anche della critica mossa nei confronti della data del 25 aprile. Colonna portante di tale critica è il fatto che Napoli sia stata la prima città italiana a liberarsi dall’occupazione tedesca, già nel 1943. Tutto giusto. Ma è evidente che la data sia stata scelta convenzionalmente (leggi qui). Diversamente, ognuno avrebbe avuto la sua festa della Liberazione. O no?

8. Il brigantaggio

I neoborbonici fanno risalire la nascita del brigantaggio alla “conquista piemontese”. In realtà, pare fosse già ben radicato nel Sud già due secoli prima. I primi a mettere in pratica la repressione armata del brigantaggio furono gli stessi Borbone, che sotto Ferdinando I arrivarono persino ad affidarsi ad uno straniero: il Generale Richard Church. Anche durante il regno di Gioacchino Murat, diversi decenni prima della spedizione dei Mille, il brigantaggio fu aspramente combattuto. Il Colonnello francese Charles Antoine Manhés è ricordato per i suoi metodi violenti e crudeli. I francesi stigmatizzarono in particolare l’utilizzo delle bande da parte dei nobili latifondisti locali. Questi se ne servivano per tenere i loro contadini in una situazione di sottomissione del tutto simile alla schiavitù.

In merito alla repressione del brigantaggio, è opportuno citare anche Sergio Luzzatto, docente di storia moderna all’Università di Torino, il quale non ha dubbi sul definirla come “la ferita più grave del Risorgimento, che non si è mai rimarginata del tutto. Un fenomeno che la storiografia in 150 anni non ha mai ricostruito, fatta eccezione per la Storia del brigantaggio dopo l’Unità di Franco Tolfese”.

9. L’identità meridionale

Un po’ come avviene per la Padania, risulta difficile credere all’esistenza di una identità meridionale. Lo dimostra l’odio nutrito da parte dei siciliani nei confronti della dominazione borbonica. I siciliani parteciparono, con migliaia di caduti, alla liberazione dell’isola, appoggiando in armi la spedizione garibaldina.

 

10. Meridione e Monarchia sabauda

La repentina dissoluzione del Regno dopo lo sbarco dei Mille a Marsala certifica il fatto che la sua classe dirigente fosse composta in gran parte da corrotti e traditori. Pur con le sue ombre, il Risorgimento italiano ha costituito un’occasione di sviluppo per il Sud. Lo dimostra il fatto che, solo 86 anni dopo, le genti del Sud, mostrarono tutta la loro riconoscenza nei confronti della Monarchia sabauda, votando a grande maggioranza a nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946.

Una battaglia persa?

Ovviamente, tutto questo verrà bollato dai neoborbonici/duosiciliani come eco della stessa campana: la storiografia ufficiale che vuole celare le scomode evidenze storiche. Ma questo post non ha l’intento di far cambiare idea a nessuno: è solo una raccolta di spunti di riflessione; un minuscolo scudo contro le tante distorsioni presenti sulla rete; un modo per rinfrescare la mia memoria, nonostante non sia trascorso tantissimo tempo dal mio esame di Storia contemporanea da 12 cfu con il professor Luca Polese Remaggi.

 

Leggi anche il post sul 25 aprile, chi festeggia? Perché festeggia? >>>

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5 risposte »

    • Approfondire è cosa buona e giusta. Ma mi pare di aver anch’io evidenziato, nel mio piccolo ovviamente, i problemi del Risorgimento italiano relativamente al Meridione.

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