Colpa del velcro

Colpa del velcro | 6. Dettagli che contano

Vocativo di rispetto

Ricordo quel giorno come fosse ieri. Ero a casa e mi stavo preparando per tornare a Fisciano, dove studio. Avevo già messo la valigia e le altre cose in macchina. Ed ero uscito fuori al terrazzo, sorseggiando il caffè. Guardandomi intorno, avevo scorto la figura del mio anziano vicino di casa. Ci scambiammo un fugace gesto di saluto: qui da noi, il saluto è spesso scontato e non sempre lo si dà. Non ero dell’umore giusto, quel giorno. Ma venni subito attratto nel dialogo con zi’ Antonio. “Zi‘” è il vocativo di rispetto con il quale, dalle mie parti e non solo, ci si rivolge alle persone più grandi.

Le parole di un ubriaco

Dopo avermi chiesto del più e del meno, eravamo finiti a parlare di agricoltura. Da ignorante in materia, annuivo, intervenendo di tanto in tanto con qualche domanda. Qualche tempo fa, sarei rientrato. Quella volta, mi fermai. Forse perché ricordavo e ricordo le parole di un ubriaco ad un matrimonio. C’eravamo conosciuti poco prima che iniziasse il ricevimento: una fugace presentazione; poi ero sgattaiolato via, per prendere posto. Me lo ritrovai seduto di fronte. A tavola, con il boccone pieno e qualche bicchiere di vino di troppo, mi aveva detto: “Felice, fermati!”. Era la conclusione di un ragionamento solo apparentemente sconclusionato. A tratti, coinvolgeva anche la moglie, seduta al suo fianco, lucida ed imbarazzata. Ma quell’ubriaco mi aveva fatto riflettere. Ed avevo capito che scappare non serve a nulla: solo fermandosi si può crescere.

E mi ero fermato, quel giorno, a parlare con zi’ Antonio. Mi aveva rivelato che le sementi di pomodoro comprate al mercato garantiscono maggiori possibilità di riuscita, ma danno origine a piante meno durature di quelle autoctone: “I pummarole nostre è chiù difficile ca pigliano. Ma si pigliano, cuogli pummarole fino a novembre“. Finito di sorseggiare il caffè e salutato zi’ Antonio, rientrai in casa. Andai in garage e accesi la macchina.

Tu accatti tutto blu!

Indossavo un maglione blu, dei jeans, delle scarpe blu e avevo posato, sul sedile posteriore il parka blu. Mamma me lo dice sempre: “Tu accatti tutto blu!”. Non ha tutti i torti. Ma è il mio colore preferito. Nella tasca del parka avevo messo il portafogli: stando seduto, mi avrebbe dato fastidio nella tasca posteriore dei jeans. Ma poco prima di partire, lo avevo preso e riposto sotto la leva del freno: dovevo fermarmi a fare rifornimento e preferivo tenerlo a portata di mano.

T’a fazz’ io!

Giunto alla pompa di benzina, avevo trovato lì il mio amico Salvatore. Con Salvatore, abbiamo fatto le elementari insieme. Nel salutarci, mi aveva detto di aver inserito il self service. Ed avendolo visto impegnato a servire un altro cliente, ero sceso dalla macchina per servirmi. Scendendo dall’auto, avevo preso il portafogli. E, quando avevo già in mano la banconota da venti euro, era arrivato Michelangelo, un ragazzo di qualche anno più piccolo, che abita lì vicino. “T’ spuorchi i mano, t’a fazz io!”. Non voleva che mi sporcassi le mani e si offrì di mettermi lui la benzina. Gli diedi i soldi, lo ringraziai, salutai tutti e ripresi il mio viaggio.

Poco avvezzo a non franare

Il viaggio da Piaggine a Fisciano può risultare poco agevole: un’ora e quaranta di macchina; un’ora garantita di curve, su manto stradale ricco di insidie e poco avvezzo a non franare. Quando giunsi a 15 km dalla partenza, mi era tornata in mente una cosa: nonno e nonna mi avevano chiesto di riordinare i canali della tv. Il digitale terrestre ha reso tutto più complicato: basta un niente e si smemorizza tutto. Ero in una discesa – sotto Villa Littorio – che in alcuni punti supera il 10% di pendenza. Avevo rallentato e procedevo a passo d’uomo, pensando: “Torno indietro o non torno indietro?”. Superate un paio di curve a gomito, avevo preso la mia decisione. Sarei tornato indietro. Non era una cosa urgente. Ma preferivo farla subito.

Pericolo scampato

Feci velocemente manovra ed iniziai a scalare quella strada che fino a poco prima stavo scendendo. In una ventina di minuti ero di nuovo a Piaggine, in prossimità della casa dei miei nonni. Imboccata la stradina per arrivarci, avevo incontrato Angelo, un bambino che abita lì vicino. Quando mi vide, iniziò a gesticolare e a farfugliare qualcosa. Iniziai ad abbassare il finestrino, credendo volesse salutarmi. Angelo, di natura, non scandiva bene le parole. In quel periodo, aveva iniziato a perdere i denti da latte. A finestrino abbassato, sentii: “(parole incomprensibili)… -oglio ngoppa a machina!”. Lo salutai e parcheggiai a pochi metri di distanza. Sceso dalla macchina capii: quando ero sceso per fare rifornimento, avevo appoggiato il portafogli sulla macchina e lì l’avevo lasciato!

Un legame inscindibile

Tra il portafogli di pelle e la carrozzeria della macchina si era instaurato, per mia fortuna, un legame inscindibile: salite, discese, frenate, manovre, per 30 km, ma lui era rimasto lì. Con il portafogli, c’erano: due mesi di affitto; la quota di iscrizione all’albo dei pubblicisti e la mia quota di una presunta bolletta del gas arretrata: più di mille euro, in contanti. Il proprietario era venuto a casa, la settimana prima, brandendo la bolletta da pagare. Sebbene avesse tutto per sembrare un alcolizzato che non conosceva la differenza tra credito e debito, il signor Mario non è stato il mio peggior padrone di casa. Ne ricordo uno su tutti. Un ingegnere capace di far scorrere del sangue.

Continua…

< Leggi l’episodio 5. Fuori dai binari

Vai all’episodio 6 >

N.B.Sebbene ispirati ad una storia vera, i fatti, le persone, i nomi e le cose narrate in questo post sono da considerarsi espressione della fantasia dell’autore.

Leggi Colpa del velcro dal primo episodio >

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