Donne e Uomini

Bartolomeo e Nicola, due immigrati italiani uccisi dal pregiudizio

Pregiudizi e xenofobia: le premesse per un condanna considerata da più parti ingiusta. Una storia che parla di immigrati italiani, negli Stati Uniti. La Terra Promessa che si trasforma in inferno.

Era il 15 aprile del 1920. In quei giorni, per Nicola e Bartolomeo iniziava un incubo che sarebbe durato sette anni. Un incubo che si sarebbe concluso nel peggiore dei modi, sulla sedia elettrica, il 23 agosto del 1927 a Charlestown, in Massachusetts. La storia si colloca in quel periodo della storia degli Stati Uniti – dal 1917 al 1920 – conosciuto come paura rossa e caratterizzato da un’intensa paura per i comunisti scaturita dalla Rivoluzione russa d’ottobre.

Eppure, Nicola e Bartolomeo non si consideravano comunisti. La loro condanna morte suonò immediatamente ingiusta, vista anche la confessione del detenuto portoghese Celestino Madeiros che scagionava i due. Solo cinquant’anni dopo la morte di Nicola e Bartolomeo, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis emanò un proclama che assolveva i due uomini dal crimine per il quale erano stati ingiustamente accusati.

Nicola era arrivato negli Stati Uniti undici anni prima, nel 1909, appena diciottenne. Figlio di produttori agricoli e commercianti di olio e vino di Torremaggiore, in provincia di Foggia, aveva lasciato la Puglia per inseguire il sogno di un futuro migliore, oltreoceano. A Milford, aveva trovato lavoro in una fabbrica di calzature.

Era un lavoro che lo teneva impegnato sei giorni su sette, per dieci ore al giorno. Un lavoro impegnativo e faticoso che non impedì a Nicola di prendere parte in maniera attiva alle manifestazioni operaie del tempo: al centro dei suoi interventi, la richiesta di salari più alti e migliori condizioni di lavoro per gli operai.

Primogenito di un modesto proprietario terriero e gestore di una piccola caffetteria di Villafalletto in provincia di Cuneo, Bartolomeo era arrivato a New York un anno prima di Nicola, all’età di vent’anni. L’arrivo in quella che lui considerava la sua Terra Promessa fu tutt’altro che roseo. Più tardi racconterà così il suo impatto con il centro immigrazione: “Gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza, di incoraggiamento, per alleggerire il fardello di dolori che pesa così tanto su chi è appena arrivato in America”.

Bartolomeo accettò diversi lavori, fino al 1916. Da spirito libero ed indipendente, in quell’anno guidò uno sciopero contro la fabbrica di cordami Plymouth. Per questo motivo, nessuno da lì in poi volle offrirgli un lavoro. Dal 1919, Bartolomeo decise di mettersi in proprio, rilevando un carretto per la vendita del pesce da un altro italiano.

Proprio nel corso del 1916, Nicola e Bartolomeo avevano avuto modo di conoscersi, essendo entrati entrambi a far parte dello stesso gruppo anarchico italo-americano. Fra i principi fondanti degli anarchici c’è il rifiuto della guerra, di uccidere o morire per uno Stato. Per evitare la chiamata alle armi quando scoppiò la Grande Guerra, gli anarchici fuggirono in Messico. Solo al termine, fecero ritorno negli Stati Uniti.

Nicola e Bartolomeo tornarono in Massachusetts, ignari di essere stati inclusi in una lista di sovversivi compilata dal Ministero di Giustizia, così come di essere pedinati dagli agenti segreti statunitensi. Nella stessa lista, anche un amico di Bartolomeo, Andrea Salsedo di Pantelleria, che di professione faceva il tipografo. Il 3 maggio, Andrea fu trovato sfracellato al suolo alla base del grattacielo di New York che ospitava il Boi (Bureau of Investigation), dove era illegalmente tenuto prigioniero ormai da lungo tempo, insieme a Roberto Elia.

Per protestare contro questa morte ingiusta, Bartolomeo organizzò un comizio per il 9 maggio a Brockton. Un comizio che non si tenne mai: Bartolomeo e Nicola vennero arrestati prima perché trovati in possesso di una rivoltella, di una pistola semiautomatica e di alcuni appunti da destinarsi alla tipografia per l’annuncio del comizio. Pochi giorni dopo, i due furono accusati anche di una rapina avvenuta a South Braintree, un sobborgo di Boston, poche settimane prima del loro arresto. In quella occasione erano stati uccisi a colpi di pistola il cassiere del calzaturificio Slater and Morrill, Frederick Albert Parmenter, e una guardia giurata, Alessandro Berardelli.

Un periodo sbagliato, un contesto folle: furono probabilmente queste le spiegazioni all’origine di una condanna definita, da più parti, ingiusta. I due immigrati italiani, con una comprensione imperfetta della lingua inglese, erano noti per le loro posizioni radicali. Per questo motivo, apparirono come due agnelli sacrificali utili per testare la linea intrapresa dal governo nei confronti associazioni anarchiche, socialiste, comuniste e sindacaliste.

Era la  politica del terrore suggerita dal procuratore generale degli Stati Uniti Alexander Mitchell Palmer, che sfociò in un clima di intolleranza e xenofobia. Clima che si tradusse in arresti indiscriminati, processi sommari ed espulsioni forzate contro gli obiettivi definiti pericolosi, spesso calpestando le più elementari libertà individuali e principi di giustizia. Nel corso di queste operazioni di polizia, vennero arrestate ed espulse dal Paese più di 10’000 persone ritenute sospette.

Fu in questo contesto che fu intentato il processo contro Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. I due anarchici italiani arrestati per rapina e omicidio, malgrado l’inconsistenza di prove a loro carico, vennero condannati a morte tramite sedia elettrica nel 1920. Sentenza che fu eseguita nel 1927, nonostante la mobilitazione di gran parte dell’opinione pubblica americana ed europea.

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